CONTEMPORANEO IMPERTINENTE

Michael Friedman_Audemars Piguet

Michael Friedman ci racconta la nuova collezione Code 11.59 by Audemars Piguet

A Ginevra abbiamo incontrato Michael Friedman, già capo del reparto storico di Audemars Piguet, dallo scorso gennaio anche Head of Complications, ovvero responsabile della produzione dei pezzi meccanicamente più complessi. Con lui non potevamo non parlare della nuova collezione Code 11.59 by Audemars Piguet.

Non accade spesso che Audemars Piguet presenti una collezione totalmente nuova. Ci può raccontare come e perché avete fatto questa scelta?
Per prima cosa bisogna evidenziare come Code 11.59 by Audemars Piguet faccia parte di quella sperimentazione, di linguaggio e design, che ci ha contraddistinti nella maggior parte della nostra storia. A cominciare dal 1910 abbiamo iniziato a creare degli orologi da polso inusuali, dalle forme geometriche complesse, lucidate a specchio oppure satinate, sempre seguendo i codici del nostro DNA.

Una sperimentazione di forma e design che ha toccato delle tappe ben precise?
Sì. La si può osservare nel Royal Oak del 1972 ma anche negli orologi che lo hanno preceduto.

Qual è la prima novità introdotta dalla nuova collezione?
Con il Code 11.59 by Audemars Piguet ritorniamo all’orologio rotondo, però attenzione: non si tratta di una semplice cassa tonda. Inserendo l’ottagono nella carrure, abbiamo dato l’opportunità ai nostri maestri orologiai di lavorare su una piattaforma che potesse esprimere appieno tutte le loro competenze, in termini di finiture e decorazioni complesse.

Il risultato è fuori dagli schemi comuni e di quanto tutti si sarebbero aspettati da voi. È una scelta voluta?
Sì, è la magia del Code 11.59 by Audemars Piguet: è contemporaneo, in modo anche impenitente, ma, al contempo, ha così tanti livelli da scoprire, dettagli, sfaccettature, cose che non si possono cogliere con un solo sguardo. Questo orologio combina l’ingegneria avanzata con le finiture all’avanguardia, passato e futuro.

Uno sguardo al futuro?
Quando si osservano le collezioni Royal Oak e Royal Oak Offshore si percepisce una sensazione di retrò. Abbiamo davanti delle creazioni datate 1972 e 1993. Quando si osserva la collezione Royal Oak Concept, si percepisce una visione futuristica. Con Code 11.59 by Audemars Piguet offriamo il contemporaneo. Quando si ammira un pittore impressionista, come Renoir o Van Gogh, cogliamo immediatamente il messaggio dell’artista, perché ci viene fatta vedere “l’impressione” che l’artista ci vuole offrire. È meraviglioso, emozionante. Ma se passiamo all’arte contemporanea, per esempio un Basquiat, abbiamo bisogno del contesto, di scoprire, sentiamo il bisogno di un dibattito, di una spiegazione: ogni volta che ci troviamo di fronte ad un’opera del genere, iniziamo a comprenderla sempre di più. Questo vuole dire contemporaneo.

Lo sa, la gente è rimasta colpita dall’orologio. Tutti hanno sentito il bisogno di esprimere un’opinione. Perché?
Il nostro impegno è stato anche quello di non fare un orologio per tutti. Se fai un orologio per tutti, fai un orologio per nessuno. L’Italia è stata la campionessa del design non-convenzionale sin dai tempi del Rinascimento, quindi l’Italia ci può comprendere molto bene. Se facciamo qualcosa di convenzionale, magari andiamo sul sicuro ma non verremmo ricordati. Per essere ricordati in futuro, bisogno spingersi al limite oggi. Bisogna sfidare la gente nel presente.

Una sfida che si realizza non sui social, ma sul campo?
Sì. All’inizio il pubblico non ha avuto modo di vedere l’orologio dal vivo. Ha visto una foto, ha espresso un giudizio e ne ha parlato. Va bene così, questa è l’era in cui viviamo. Ma a me interessa il riscontro oggettivo. Quando l’orologio è fisicamente nelle mani del cliente, del giornalista, del collezionista, allora le cose cambiano. Si ammira il lavoro del cassaio, del decoratore, del quadrantaio. Solo allora si possono comprendere la complessità e i dettagli dell’oggetto. A quel punto, ti piace o non ti piace, a me va bene comunque. Il Royal Oak non venne apprezzato da tutti agli inizi, e lo stesso accadde con il Royal Oak Offshore. con la collezione Royal Oak Concept nel 2002, la gente pensava fossimo impazziti. Questo è quello che siamo.

Commercialmente parlando, Audemars Piguet ha ottenuto un riscontro positivo in questi ultimi anni. Cosa ne pensa?
Il successo di AP ha meno a che fare con le transazioni e più con ciò che non sono transazioni. Noi interagiamo con la cultura, noi non parliamo “ai clienti” perché noi parliamo “con i clienti”, passiamo e condividiamo del tempo con loro. In fondo svolgiamo il nostro lavoro tra l’orologiaio e il collezionista: questo è tutto quello che facciamo. La nostra necessità impellente è quella di  “tradurre” ciò che avviene sul banco dell’orologiaio con ciò che avviene quando l’orologio arriva al polso dei nostri clienti. Al di là dell’area culturale che si intraprende, noi espandiamo il dialogo.

La vostra storia è importante?
Sì, assolutamente. Indiscutibilmente. La storia avviene ora. Ogni cosa che facciamo sarà sotto la lente di ingrandimento in futuro. Quando il Royal Oak uscì nel 1972, non vi erano aspettative su come sarebbe stato poi percepito in futuro. Lavoravano per il “qui ed ora” e così facciamo noi: il presente è la storia di domani. E lo stesso vale per il Museo Audemars Piguet. Quando un orologio viene dismesso, non scompare ma entra a far parte della collezione del museo. È interessante, perché la storia non riguarda quindi solo il 1885, ma anche il 1950, il 1972 oppure il 2015.

Per lei il primo Royal Oak è un orologio vintage?
Sì, indiscutibilmente. Come storico, considero quello del vintage come un ciclo lungo circa 25 anni. Non è determinato da una decade specifica, bensì dall’età. Quindi, tutto volge a diventare vintage: è il processo cronologico dell’andare oltre.

CODE 11.59 BY AUDEMARS PIGUET CRONOGRAFO AUTOMATICO
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