CURIOSO PATOLOGICO

Persone
Giorgio Cazzaniga

«MI PIACE LEGGERE LE SFUMATURE e quindi riesco a percepire con chiarezza quando un oggetto ha dei contenuti non convenzionali, come accade ai miei grand seiko» GIORGIO CAZZANIGA

Fondata a Roma nel 1929 da Angelo Giorgio Cazzaniga, la gioielleria Cazzaniga è uno dei più celebri laboratori orafi d’Italia. Dal 1973, la guida del laboratorio artigianale d’Oreficeria e del Marchio è affidata a Paolo Cazzaniga, che oggi prosegue l’attività di famiglia nel centro storico di Roma nella sede di Passeggiata di Ripetta, a due passi da Piazza del Popolo. Lo stile “Cazzaniga” rappresenta la sintesi tra stili ed elementi artistici appartenenti ad epoche e culture diverse: le collezioni di anelli, spille, collane, orecchini e gemelli, ispirate al fasto esuberante del Barocco romano e agli elementi dell’arte bizantina, sono spesso caratterizzate da una complessità di disegni, decorazioni, colori ed incisioni di antica fattura, che danno vita ad oggetti raffinati che rimandano ad un tributo al movimento e alla vitalità.

Roma è storicamente una delle capitali mondiali dell’alta gioielleria e i gioielli romani Cazzaniga sono, da oltre un scolo, tra i più conosciuti ed apprezzati nel mondo: inconfondibile il loro stile, l’ispirazione al barocco, la scelta del colore e delle pietre preziose. Uno dei mercati d’elezione per queste sofisticate opere d’arte è il Giappone. Un mercato di cui Giorgio Cazzaniga, rappresentante della Terza Generazione della Casa Cazzaniga, si occupa e conosce bene. Al suo polso un Grand Seiko e noi, che di natura siamo curiosi, siamo andati a capire il perché di questa scelta controcorrente, specie per una persona che ha convissuto da sempre con l’alta gioielleria e l’orologeria più elitaria.

Come è arrivato ad indossare un Grand Seiko?
«Con un pizzico di pudore, posso dire che quello che mi ha portato all’acquisto dei Grand Seiko, non è solamente la mia frequentazione del Giappone, ormai da anni più o meno assidua, ma è stata anche una scelta di gioco un po’ snobistico».

Perché?
«Perché so bene cos’è un Grand Seiko e so anche che in Italia, ma direi in Europa in generale, non è molto conosciuto. Da dieci anni indosso regolarmente questi due orologi. In tutto questo tempo, non ho mai incontrato una sola persona che lo avesse al polso. Questo mi piace, mi fa sentire diverso dalla massa, fuori dalle regole».

Qual è stato il suo primo orologio importante?
«Un Timex. Me lo regalò mio nonno ed era importantissimo. Ero un bambino, fu acquistato qui a Roma, in via della Vite ed ero felicissimo».

Poi cosa venne?
«Il secondo fu un regalo di mio padre, quando avevo undici anni, alla fine degli anni ’70. Era un Philip Watch e mi sembrava lussuosissimo. Poi ricordo che tra i 14 e i 17 anni, iniziai ad indossare dei Seiko. Erano orologi molto belli, in acciaio con il quadrante blu. Li acquistava mio nonno, Angelo Giorgio Cazzaniga nei suoi frequenti viaggi in Giappone, dove andava a comprare le perle. Erano orologi molto eleganti».

Saranno arrivati poi i regali per i momenti speciali?
«Sì. Per la maturità ho ricevuto un Rolex GMT-Master, orologio che ho amato molto. Poi, per la laurea, un Patek Philippe extra-piatto, automatico, in oro bianco, molto elegante. Ho indossato molto di più il GMT-Master. Era più pratico da indossare in qualsiasi momento, richiedeva minori attenzioni».

Qual è il suo orologio ideale?
«Un orologio dal disegno pulito, classico, simmetrico ma non banale. Adoro i disegni di Gerald Genta, del quale apprezzo tutta la produzione ma soprattutto il Royal Oak. Vado pazzo per i Piaget ultrapiatti, con il movimento al quarzo, come il Protocole e tutti quelli con i quadranti in pietra dura. Ammiro i disegni dell’orologeria svizzera-francese. La gentilezza, la grazia. Non mi emozionano particolarmente i modelli in cui prevale il desiderio di magnificare il fascino della complicazione meccanica. Non amo i cronografi. Al virtuosismo della complicazione preferisco l’ultrapiatto».

Ha parlato di orologi al quarzo. Per qualcuno potrebbe sembrare fin troppo irriverente.
«Sì. Mi piacciono i quarzi. Sono precisi, consentono di avere casse ultrapiatte e necessitano di minima manutenzione. Tutti i grandi dell’orologeria hanno o hanno avuto questo movimento in catalogo. Oltretutto, sono tornati ad essere di estrema attualità. Si investe molto nello studio di nuove tecnologie per l’immagazzinamento dell’energia elettrica. I risultati di quelle ricerche avranno numerose ricadute. Probabilmente, il futuro sarà molto elettrico. Sospetto che gli orologi di domani, saranno per lo più disegnati da gioiellieri o da orologiai con una forte formazione in ambito di gioielleria. Anche in questo senso, Gerald Genta è stato un pioniere. Avviò la sua formazione con un diploma in oreficeria e gioielleria. Christie’s New York lo ha definito “the Fabergé of watches”. Un professionista completo. Un vero campione della maestria orologiera, artigianale e creativa Elvetica “

Il primo Grand Seiko, nel 1960, aveva un movimento meccanico ed era straordinariamente preciso e lo furono anche i modelli successivi. Questo fino a quando, alla metà degli anni ’70, il pragmatismo nipponico, che per indole e cultura obbliga a seguire il progresso laddove questo porti degli effettivi benefici, fece mettere da parte la produzione dei meccanici a favore dei quarzi. Bisognerà però aspettare gli anni ottanta per vedere il primo movimento al quarzo in grado di soddisfare le esigenti specifiche tecniche che Grand Seiko impone.Le faccio una domanda che pensano in tanti: il Grand Seiko è un orologio da Giapponesi?
«Probabilmente sì ed è un dato estremamente positivo. I Giapponesi sono amanti della altissima qualità. Conosco bene il Giappone. Lo frequento, lavorativamente, da anni. Negli ambienti più tradizionali ed esclusivi, spesso si indossa un Grand Seiko, in acciaio. Si tratta di signori eleganti che godono di altissimo prestigio sociale, estremamente legati alle tradizioni del loro Paese e orgogliosi delle eccellenze nazionali. Sicuramente hanno anche collezioni di alta orologeria svizzera, ma al polso per lo più indossano un GS. Un orologio che alle volte si ama acquistare al Department Store WAKO, a Ginza. Al centro di Tokyo. Uno dei luoghi dello shopping della Casa Imperiale. Il Department Store Ginza Wako fu fondato nel 1881 da Mr Kintarō HATTORI, fondatore della Seiko e originariamente nacque come un negozio di gioielleria e orologeria. Acquistare un orologio Seiko da Ginza Wako, per qualcuno ha un significato simbolico. Io stesso acquistai il mio primo Grand Seiko da Ginza Wako”.

La domanda delle domande: com’è arrivato al Grand Seiko?
«Per spirito di emulazione. In Giappone ho conosciuto contesti molto speciali e persone straordinarie che indossano solamente Grand Seiko oppure orologi Credor, anch’essi del gruppo Seiko. Penso di avere indovinato così il fascino sottile, la grande importanza che questo straordinario marchio ha per i Giapponesi e per tutti coloro che amano le eccellenze. Tutto questo si ritrova nella estrema cura dei dettagli, nei vetri in zaffiro appena bombati, nell’attenzione maniacale alle lucidature e ai perfetti meccanismi di chiusura dei cinturini. Fino ad arrivare alle meravigliose confezioni in cui vengono consegnati i Grand Seiko. Straordinarie anche quelle. Però…»

Però?
«Non però. Inoltre. La tecnologia mi appassiona. Al pari della tecnologia mi interessano gli aspetti sociali e di costume. Il modo in cui tecnologia e tradizioni si combinano. In questo senso il Giappone è uno straordinario laboratorio e un grande modello di società. Il movimento Spring Drive di Grand Seiko è l’antesignano di tutte le correnti ecologiste moderne. Un meccanismo che unisce la sostenibilità di un meccanico automatico, con la precisione del quarzo. Lo Spring drive di Seiko va decisamente in questa direzione. Il mio sogno è un ultrapiatto con movimento Spring Drive».

Ha mai trovato qualcuno che le abbia detto: “ma come, hai al polso un Seiko?”
«No. Però la gente si incuriosisce, magari pensano “ecco Giorgio, il solito snob anche nella scelta dell’orologio”.

A quel punto gli spiega cos’è realmente, magari anche quanto vale?
«Assolutamente no. Non ci penso minimamente e non lo farei mai. Altrimenti, che snob sarei?»

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