Da Ginevra a Cuba

Vintage

di Massimo De Luca

Un sottile filo “rosso” lega Fidel Castro, il Che e i celebri modelli professionali Rolex.

Se fosse possibile allargare a figura intera l’immagine della più famosa icona pop-rivoluzionaria della storia, cioè il primo piano di Che Guevara riprodotto in milioni di esemplari su tutte le magliette del mondo, al polso del rivoluzionario per eccellenza spunterebbe un Rolex. Per l’esattezza, un GMT. Era quello l’orologio che il Che indossava da sempre anche negli ultimi istanti della sua vita, il 9 ottobre del ’67, quando fu ucciso in un conflitto a fuoco in Bolivia. Peraltro anche tutte le foto ufficiali del suo compagno d’armi e di rivoluzione, Fidèl Castro, assomigliano a un’involontaria campagna promozionale della Maison ginevrina. Il Lìder Maximo aveva al polso un GMT 6542 (quello senza spallette di protezione della corona, con la ghiera in bachelite che, oggi, tocca quotazioni altissime sul mercato del vintage) già ai tempi della guerriglia nella Sierra Maestra. Poi, dopo la conquista dell’Avana e la defenestrazione di Fulgencio Batista, Castro cominciò a sfoggiare modelli vari: nelle immagini dell’epoca sono riconoscibili un GMT 1675 “cornino” (il primo con spallette di protezione, ma appuntite, anch’esso molto quotato oggi dai collezionisti) e un Datejust in oro, con bracciale President.

La circostanza è abbastanza singolare, a prima vista, trattandosi di due leader della più famosa rivoluzione comunista dell’America Latina ma va filtrata anche alla luce delle origini familiari dell’uno e dell’altro oltre che delle caratteristiche tecniche di quegli orologi.

Castro nasce in una famiglia di proprietari terrieri, studia al Collegio di Belèn dei Padri Gesuiti (dove eccelle nella squadra di baseball) e poi, mentre si laurea in legge, matura i suoi progetti rivoluzionari; Ernesto Guevara, prima di diventare “El Che”, è un giovane medico argentino di ottima famiglia: padre ingegnere, madre coltissima con una particolare passione per la Letteratura francese. Per entrambi, dunque, il possesso di un orologio di marca poteva essere nella logica delle cose. C’è poi da considerare che i primi Submariner e i primi GMT erano, anche, i più robusti, impermeabili e affidabili orologi dell’epoca: e dunque rispondevano pienamente alle esigenze di combattenti impegnati nella lunga guerriglia nelle selve della Sierra Maestra.

Sorprende un po’, semmai, lo sfoggio che, soprattutto Fidèl, ha fatto negli anni di modelli più lussuosi come il Datejust in oro. Come mai un leader comunista, impegnato a garantire la sopravvivenza di gran parte del suo popolo stremato da anni di dittatura ispirata a un capitalismo selvaggio, non si preoccupava di esibirli e, soprattutto, come mai ne disponeva in abbondanza, come testimoniato dalle fotografie?

Si è ipotizzato che, conquistata l’Avana, la filiale di Rolex Cuba (in Radiocentro L.Y.23, dove c’era l’hotel Hilton, uno dei più esclusivi della Capitale) sia stata requisita e, chissà, saccheggiata: da qui la disponibilità di modelli vari da essa provenienti. Non ne abbiamo certezza. Ma sappiamo che lo stesso Hilton fu chiuso e trasformato nel ben più modesto Hotel “Habana Libre”, esistente ancora oggi. Così come abbiamo certezza che, singolarmente, Castro amava indossare anche due modelli di Rolex, contemporaneamente, allo stesso polso. E’ immortalato così tanto in occasione del suo intervento alla 15esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite  il 14 settembre del ’60, quanto in occasione della visita di stato a Mosca: qui la foto ufficiale del suo incontro con Nikita Kruscev lo ritrae con la consueta tenuta militare verde oliva, un gigantesco “puro” tra le dita e, al polso sinistro, un Datejust e un GMT. Alla parete, un ritratto di Karl Markx. Si disse che lo faceva per poter sempre consultare l’ora di Cuba. Ma si dà il caso che il GMT era stato concepito proprio per mostrare contemporaneamente l’ora di due diversi fusi. Forse il Lìder Maximo non aveva voglia di ruotare la lunetta dell’orologio di quel tanto che consentiva di tenere il conto. O forse, chissà, voleva in qualche modo provocare i Capi di Stato avversari, soprattutto quello americano, visto che quel modello veniva pubblicizzato come l’orologio degli uomini che avevano in mano i destini del mondo.

Può sembrare un’ipotesi azzardata, ma il personaggio non era estraneo a iniziative di questo genere. C’è un’altra vicenda, al riguardo, che dimostra come Castro non perdesse occasione per mandare messaggi indiretti al mondo capitalista, e al solito, soprattutto a quello statunitense.

Agli albori della rivoluzione, Fidèl aveva  bollato il golf come uno sciocco divertimento per borghesi, ma prima di smantellare i due soli campi esistenti al tempo sull’isola, in compagnia dell’inseparabile Che Guevara, aveva dato vita a un episodio passato alla storia. Decise un giorno di andare sul green del «Colinas de Villareal Golf Club», affacciato sulla baia de La Havana per una strategia che oggi definiremmo mediatica. Castro sapeva che Dwight Eisenhower era quasi maniaco del golf, al punto da aver fatto costruire un piccolo campo pratica alla Casa Bianca. Quando, nel ’59 dopo il suo colpo di stato, Fidèl era stato invitato negli Stati Uniti dall’Associazione Direttori dei Giornali, Eisenhower aveva rifiutato di incontrarlo, e ci tenne a far sapere che aveva preferito andarsi a fare 18 buche a Washington. Nell’occasione, toccò all’allora vice-presidente Richard Nixon incontrarlo, uscendo “sconcertato” (parole sue) dal colloquio protrattosi per tre ore. Castro sapeva che pure John Kennedy, succeduto nel frattempo a Eisenhower, era un eccellente giocatore, migliore del suo predecessore. Quando, nel 1961, i giornali americani diffusero le prime foto di gioco del giovane Presidente, dallo stile impeccabile, Castro pensò di contrastare l’immagine «glamour» del suo rivale dichiarando, dopo un semplice giro di prova in campo, che avrebbe potuto agevolmente battere Kennedy. Così organizzò una partita al «Colinas» con fotografo al seguito (ma giornalisti tenuti a distanza in club-house). E il fotografo era lo stesso Alberto Korda cui si deve il famoso ritratto del Che citato all’inizio di questo articolo. Con lui, due ufficiali governativi ed Ernesto Che Guevara che negli anni giovanili in Argentina, dove c’è una grande tradizione golfistica, si era guadagnato un po’ di soldi facendo da caddie. Naturalmente sia Fidèl che il Che indossavano la tenuta militare, il cappellino della milizia e, ai piedi, calzavano gli anfibi, non certo gli spikes, cioè le scarpe da golf. I due «barbudos» partirono per il loro giro, senza altri testimoni che il fotografo Korda, i due ufficiali, i due caddies, un paio di guardie del corpo. Al ritorno in club house, Castro si limitò a confermare ai giornalisti che era perfettamente in grado di battere Kennedy, senza offrire alcun dettaglio sullo score. Da una corrispondenza pubblicata il giorno dopo dal New York Times, a firma di R. Hart Phillips, risulta che Fidèl aveva dichiarato di aver vinto la prima buca sul Che e poi perso la seconda. Nient’altro. Niente, soprattutto, che facesse capire il livello di gioco espresso. Un intraprendente cronista dell’ Associated Press, però, non si accontentò della versione ufficiale e riuscì a far parlare (credibilmente dietro generoso compenso in dollari) il 16enne caddie che aveva portato la sacca del Leader: il ragazzo rivelò che, in realtà, El Che aveva battuto Castro per 127 colpi a 150. Kennedy, per intenderci, girava attorno agli 80 colpi. Come dire: se mai fosse stata organizzata quella sfida, non ci sarebbe stata partita. Ci fu anche un giornalista cubano, Lorenzo Fuentes, fino ad allora molto vicino e gradito al leader, che ebbe l’ardire di scrivere la verità: cioè che Castro aveva perso contro il Che, sia pure senza specificare il punteggio. Licenziato in tronco, cadde in disgrazia e trovò pace solo quando riuscì a scappare a Miami.

Manco a dirlo, quell’improbabile sfida golfistica Kennedy-Castro non si tenne mai. E fra l’altro, pochi mesi dopo quella singolare sortita sul campo da golf cubano, scoppiò fra Cuba e Usa la crisi dei missili che stava per provocare la terza guerra mondiale, scongiurata in extremis dal ritiro delle navi sovietiche che rifornivano di materiale bellico le basi istallate sull’isola che avrebbero tenuto gli Stati Uniti sotto tiro di tetstate nucleari.

Sul campo da Golf con dei Rolex al polso: una bella incongruenza per due icone della Rivoluzione Comunista. E c’è un ultimo dettaglio, tutto italiano: quella foto di Korda che ritrae Castro e il Che sul green troneggia nell’ufficio del Segretario del Partito Democratico, in Piazza del Nazareno, a Roma. E’ proprio sotto gli occhi dei due “barbudos” che Renzi e Berlusconi siglarono nel 2014 il famoso, e da molti esecrato, “Patto del Nazareno”. Un altro, piccolo sberleffo della Storia.

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