NON CHIAMATEMI SHERLOCK

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Benedict Cumberbatch, l’ambasciatore perfetto dell’eleganza firmata Jaeger-LeCoultre

Benedict Cumberbatch (42 anni) è un attore inglese, celebre per i suoi ruoli da protagonista in Sherlock, Doctor Strange, Melrose e per aver interpretato Alan Turing nella pellicola pluripremiata The Imitation Game. Nel 2015 è stato nominato dalla regina Elisabetta II Commander of the Order of the British Empire (CBE) per il suo impegno artistico e umanitario. Sposato con con la regista teatrale Sophie Hunter, ha due figli.

Difficile dare torto alle sue innumerevoli ammiratrici: Benedict Cumberbatch ha veramente uno sguardo che non lascia indifferenti. Lo abbiamo incontrato durante il Festival di Venezia, in veste di ambassador della celebre casa orologiera Jaeger-LeCoultre e, sebbene l’atmosfera fosse densa di lancette e meccaniche di precisione, le sue prime parole ci hanno spiazzato «Sebbene il mio ruolo lo imporrebbe, in realtà mi capita spesso di uscire senza orologio, anzi mi piace farlo. È bello a volte scordarsi del tempo. Ad esempio, quando sono in vacanza senza nessuna preoccupazione, i ritmi sono diversi e le cose che faccio spesso prendono il sopravvento sopra qualsiasi altra cosa e quindi non ho bisogno dell’orologio. Inoltre gli altri possono essere il tuo orologio, basta chiedergli l’ora!»

Per i pochi che ancora non lo sapessero, Cumberbatch deve principalmente la sua fama internazionale al suo ruolo in Sherlock, parte che gli è valsa diversi premi tra cui l’Emmy Award come migliore attore. Più di recente, ha vestito i panni di Stephen nell’adattamento drammatico della BBC di “The Child In Time” e di Patrick Melrose nell’omonima serie “Melrose”. È poi Stephen Strange nell’omonimo film Marvel “Doctor Strange”, nel quale il suo personaggio indossa un orologio Jaeger-LeCoultre Master Ultra Thin Perpetual, la cui romantica incisione sul fondello svolge un ruolo importante nella trama della pellicola.

Benedict Cumberbatch

A diciannove anni lei ha passato cinque mesi coi monaci tibetani in un monastero di Darjeeling, in India. Lo ha fatto per provare nuove emozioni oppure perché a quell’età si vuole sempre provare tutto?
«Entrambe le ragioni. L’esperienza in sé ha avuto un grande impatto, specie per un diaciannovenne che, vista l’età, è molto impressionabile. Credo che i giovani, una volta guadagnata la propria indipendenza, se possono permetterselo devono assolutamente viaggiare. Siamo cittadini del mondo e bisogna aprire la mente, entrare in contatto con culture, religioni, filosofie o modi di vita diversi, sperimentare cose nuove. Per quanto mi riguarda questo è accaduto nel momento giusto della mia vita: l’esperienza è stata straordinaria.»

C’è qualcosa di Benedict in Sherlock, il celebre investigatore londinese?
«Non molto. In realtà la mia pelle è come se si scostasse leggermente ogni qual volta assumo un nuovo ruolo. Inizio ad assimilare alcuni dei suoi aspetti. A dispetto di tutto ciò, mi piace pensare che ci sia veramente poco Sherlock in me: mi ritrovo solamente nel suo essere un uomo brillante e, dopotutto, è anche un uomo buono. Non credo ci siano altri punti in comune. Il mio compito, ma anche la cosa che più mi piace, è quello di calarmi nei panni di personaggi sempre diversi.»

Oggi avrebbe tempo per un’esperienza così lunga?
(sorridendo) «Le circostanze sono completamente diverse. All’epoca ero un adolescente.»

Ci racconta qualcosa di una delle sue ultime fatiche, l’aristocratico playboy Patrick Melrose?
«Come prima cosa, è un personaggio molto diverso da Sherlock. La storia di Patrick Melrose è trattata in cinque libri incredibilmente appassionati, che ho letto quattro anni prima di andare in produzione. In un certo qual modo si tratta di un mondo distorto, di una classe sociale ineguale, nel quale viene vissuto il trauma oscuro al centro del dramma. È una storia intensa, incredibilmente divertente e piacevole: il protagonista intraprende un viaggio imponente, dall’essere un bambino abusato fino a diventare un sopravvissuto in età adulta. Letteralmente sopravvive ad entrambi i suoi genitori, diventando un uomo capace di contribuire positivamente alla società, sia come padre che come marito: un vero e proprio atto eroico non da poco, considerando come era iniziata la sua vita.»

Cosa le è piaciuto di più in Patrick Melrose?
«Sono stato trasportato dalla potenza emotiva della storia, dal viaggio del personaggio, dallo spirito e dalla prosa sofisticata. Ho pensato che fosse una cosa fantastica provare a realizzare la trasposizione di questo dramma. È stato un viaggio stupendo, sia come attore che come produttore e sono fiero dei risultati. Inoltre, gli appassionati del libro sono rimasti molto contenti e sorpresi di ciò che siamo riusciti a creare.»

Cinema, televisione, teatro: dove si sente realizzato?
«In tutti e in nessuno di questi tre luoghi mediatici. Devo fare tutto per potermi nutrire artisticamente. Non faccio distinzioni. Tornerò a fare teatro, visto che mi sono preso una pausa.»

Quanto conta l’essere inglese nella sua carriera?
«Mi ritengo fortunato di essere cresciuto in un ambiente come quello inglese: come veniamo istruiti, cresciuti, come veniamo inseriti nell’industria, come riusciamo a fare esperienza in tutti i campi mediatici e, infine, come veniamo istruiti per svolgere la professione in tutti questi campi attraverso il nostro sistema scolastico di recitazione. Ma anche il tipo di lavoro che ci viene offerto; culturalmente non siamo solo cinema, o solo televisione o solo teatro. Certo, siamo conosciuti per il teatro, ma molti dei miei contemporanei o ragazzi più giovani di me iniziano con i film, o la radio o alcuni con la televisione. Puoi accedere all’industria dei media attraverso uno qualsiasi di questi mezzi. Io mi ritengo fortunato perché recito in tutti e ognuno nutre l’altro.»

I momenti che preferisce?
«Ci sono momenti molto ‘vivi’ mentre giro scene di film, a teatro si possono avere delle zoomate sul palcoscenico, avere un pubblico dal vivo è grandioso, ma anche la telecamera è grandiosa. Mi piace poter mescolare il tutto.»

Quant’è importante il tempo?
«Diventa sempre più importante, giorno dopo giorno. Il tempo è prezioso, molto prezioso e, trovo che la mia relazione con esso sia molto interessante. Certo, ci devo lavorare su, visto che si tratta di una delle questioni più grandi della mia vita.»

Come lo affronta?
«Cerco di non essere ansioso, di essere puntuale, di godermi l’attimo senza preoccuparmi di cosa devo o dovrò fare. È un viaggio costante per molti di noi, soprattutto in quest’era moderna piena di distrazioni create dalla tecnologia, piena di informazioni, fornite dai vari strumenti social.»

Il suo rapporto con le macchine del tempo?
«Strano a dirsi, ma è meraviglioso. Ho scoperto, da ambassador, il mondo Jaeger-LeCoultre e trovo affascinanti tutte le modalità che lo caratterizzano. Sono stato nel loro atelier, dove ho scoperto uomini e donne orologiai che hanno iniziato questa professione a 19 anni e continueranno a svolgerla fino al giorno in cui andranno in pensione, lavorando per decine di anni.»

Cosa l’ha affascinata maggiormente?
«Camminare nell’atelier e vedere delle persone che dipingono a mano, che lavorano su un tourbillon, minuscoli meccanismi straordinari, che proteggono la precisione del tempo: è impossibile comprenderli appieno se non li si vede di persona. Dipingere, smaltare, incidere, montare un movimento, fare un cinturino, trovo veramente interessante la straordinaria abilità tecnica e manifatturiera. Tutto questo è racchiuso negli orologi Jaeger-LeCoultre. Inoltre, è affascinante essere trasportati in una relazione con il tempo attraverso degli orologiai.»

È un collezionista? Magari di orologi?
«No. Non ho mai avuto una passione compulsiva per nulla in particolare.»

Qual è la sua passione?
«Mi piace mettere tutta la mia concentrazione in un progetto, ma poi, quando capisco che è finito, lo lascio andare. Non mi fisso mai su una persona o su di un lavoro. Quando ho finito lo lascio. A meno che non ci devo tornare, come Dr Strange: queste sono le uniche cose interessanti su cui ritornare.»

Ha ricevuto un’onorificenza dalla regina?
«Sì, riguardava il mio contributo all’arte, alla cultura Britannica: l’incontro con la Regina è stata una cosa straordinaria.»

Jaeger-LeCoultre Polaris Chronograph_
Michael Friedman_Audemars Piguet
CONTEMPORANEO IMPERTINENTE

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