Riflessioni su Baselworld 2018

Orologi

Uno degli obblighi per un giornalista quando torna da Baselworld, è quello di scrivere uno o più articoli che raccontino in una qualche maniera il salone. È una cosa che mi insegue da anni, decenni e che, negli ultimi tempi, ha preso una piega inaspettata.

Baselworld 2018 è stato segnato e probabilmente verrà ricordato, come il salone della “grande fuga”. Si è passati dai 2.000 espositori del 2011, ai 1.300 del 2017 ai 650 di quest’anno. Numeri importanti, che hanno fatto la parte del leone sul web, sulla carta stampata, nelle infinite discussioni pre e peri salone. L’idea che qualcuno potrebbe aver avuto da fuori, è quella di un salone vuoto, con gli stand sperduti come in un moderno deserto, dove pochi espositori si affacciavano su lande desolate prive di visitatori. Questo però, obiettivamente non è successo. Gli espositori, quelli importanti, in fondo c’erano veramente tutti. La mia agenda, quest’anno come gli anni precedenti, ha visto dodici appuntamenti al giorno, dal mercoledì alla domenica compresa.

Ma allora questi 650 espositori scomparsi?

Tranne due o tre nomi eccellenti (Hermes che ha esposto al Sihh, Eberhard che comunicherà al di fuori dai saloni), gli altri assenti sono stati un numero infinito di piccoli produttori orientali, grossisti di pietre, fornitori di semilavorati, produttori di macchinari… In pratica se un visitatore di alto livello si fosse presentato al salone senza aver letto o sentito nulla, probabilmente non si sarebbe neanche accorto delle assenze. Per avere una riconferma di ciò, bastava guardare le agende degli appuntamenti dei big del settore, piene all’inverosimile e forse addirittura più compresse degli anni passati: non sono infatti diminuiti gli appuntamenti dei compratori, mentre a diminuire sono stati i giorni di salone (un favore ai piccoli espositori, un problema per i grandi) e di conseguenza il tempo da dedicare a ogni appuntamento.

Un altro tema che ha accompagnato il salone, anzi che lo accompagna da anni, è quello dei costi “esterni”. Tutto è più caro del dovuto, dai ristoranti agli alberghi. Un problema per i visitatori, ma anche per gli espositori. Anche su questo problema è però necessaria una seria riflessione.

Ovunque e non solo a Basilea, gli alberghi durante i saloni sono pieni e spesso alzano i prezzi. È una prassi comune, dettata dalle leggi offerta/domanda. La realtà è che la Svizzera è intrinsecamente più cara del resto dei paesi europei e non solo. Non costa tanto solamente il filetto preso al ristorante, ma anche la bustina di salame al Migros, per la quale si spendono 5 franchi (circa 4 euro) per 80 grammi di prodotto. Un salasso dovuto al salone? No. Una consuetudine per gli Svizzeri, che guadagnano il doppio di un italiano ma pagano tutto altrettanto il doppio.

Lo stesso vale per i trasporti, dove un biglietto del tram costa il doppio oppure il triplo rispetto a Roma o Milano. Normale amministrazione per gli svizzeri, un piccolo salasso per noi.

A questo punto, però, una domanda sorge spontanea: se i grandi espositori erano tutti presenti, se i compratori importanti erano tutti sostanzialmente presenti, se i costi erano sostanzialmente paragonabili al resto della Svizzera e in linea con gli altri saloni, perché Baselworld è apparsa così sottotono e alle volte un po’ deprimente?

Non è possibile dare delle soluzioni. Una cosa è certa: gli organizzatori del salone hanno perso una gran bella occasione per dare delle risposte positive ad una situazione che era drammatica sotto alcuni punti di vista, ma normale se non positiva se vista in maniera differente. L’ente fiera ha fatto di tutto per sancire il clima triste: non ha pubblicato il giornale quotidiano che ogni mattina veniva distribuito all’entrata del salone; non ha pubblicato (o perlomeno non lo abbiamo visto) il catalogo della fiera; ha tolto l’edicola del centro della piazza relegandola nella hall dell’ufficio stampa, in un luogo dove nessun visitatore normale avrebbe motivo di entrare; ha negato ai giornalisti la possibilità di fare domande dopo la conferenza stampa di apertura, sancendo un silenzio stampa difficile da comprendere; ha ridotto gli addobbi dentro e fuori dal salone, riducendo persino le bandiere e gli striscioni nelle strade della città.

Il risultato è un clima di vaga tristezza, ingiustificato e ingiustificabile nei confronti dei big dell’orologeria che invece hanno esposto con la consueta vivacità, portando le loro novità e i loro acquirenti a Basilea.

Di cosa ha bisogno allora Baselworld? Forse di una comunicazione diversa, di un management che sia positivo e vitale, di un’attenzione agli espositori differente. Ma anche di un rapporto più sano e rispettoso verso i tanti giornalisti che ne hanno decretato la grandezza in questi anni, verso i visitatori che non possono e non devono essere delle galline da spennare.

Basilea ha bisogno di una trasformazione e di un’apertura verso il mondo come quella che abbiamo visto quest’anno al Sihh, di un wi-fi che funzioni, di luoghi dove poter condividere idee e immagini.

Insomma Baselworld deve prendere spunto dal Sihh, prima che tutti decidano che Ginevra, non sappiamo sotto quale forma e in quale veste, diventi più interessante di Basilea. Cosa che, senza seri rimedi, accadrà inevitabilmente, nel giro dei prossimi due o tre anni.

HERMÉS OBJECTS
GIRARD – PERREGAUX la storia si ripete per il Laureato Tourbillon

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