Demetrio Albertini: UNA VITA DA METRONOMO

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Demetrio Albertini ci racconta il suo tempo e quello del calcio

Il «metronomo», questo il soprannome di Demetrio Albertini, è stato un leader, nonché uomo spogliatoio e artefice di numerose vittorie e trofei del grande Milan degli anni ’90. Regista in campo e manager della Nazionale, per lui la valorizzazione del talento e del gruppo sono le fondamenta per raggiungere grandi obiettivi.

Lo abbiamo incontrato a Milano, dove gestisce assieme a Manuela Ronchi la DEMA4, società specializzata nello sport marketing, nel team experience e negli sport events.

Cosa rappresenta per te il tempo? È vero che il tempo dei calciatori è diverso dal tempo di noi esseri comuni mortali?

Sì, è così: per un calciatore solitamente il tempo corre più velocemente. Tecnicamente vivi la vita al massimo e diventi vecchio in poco tempo. Per professioni come questa a 35 anni hai già giocato tutte le partite e hai raggiunto, più o meno, il termine ultimo di una carriera col pensiero che subito dopo dovrai iniziarne un’altra. Io ho cominciato a giocare seriamente a 17 anni e, per il mondo del lavoro, ero già un giovanissimo dipendente di una società sportiva, sebbene non avessi ancora nemmeno dato la maturità. A quell’epoca studiavo e giocavo contemporaneamente.

Demetrio Albertini - Foto di Paolo Gobbi

Com’era il tuo tempo quando giocavi?

I calciatori, tutti, hanno una vita estremamente schedulata ed organizzata… dagli altri: sveglia alle 7:45, colazione alle 8:30, alle 10:00 nello spogliatoio, 10:30 allenamento, 12:30 pranzo, riposo e così via fino a sera. Per un giocatore che fa due partite alla settimana, quattro giorni di ritiro, tre nei quali mezza giornata è dedicata all’allenamento, il tempo libero da gestire è davvero pochissimo. Rimane a disposizione per sé stessi sì e no un giorno e mezzo, che deve essere sfruttato sempre con i principi legati alla professione, senza dimenticare il riposo, fondamentale nella vita
di uno sportivo.

Come passava il tempo in ritiro?

Il tempo trascorso in ritiro per esempio sembrava non finire mai. Oggi ci sono gli smartphone e i computer con i quali sei collegato con il mondo costantemente, anche se in modo virtuale; noi possedevamo unicamente il telefono. Però, bisogna ammettere che i ritiri rappresentavano un momento di grande condivisione con il gruppo, cosa che alle nuove generazioni manca. La gestione del nostro tempo era una via di mezzo tra l’oratorio e la caserma: dal primo prendevamo i giochi, mentre la rigidità delle regole era vicina ad un regime militare.

Demetrio Albertini - ph. Studio Fotografico Buzzi

Il tempo della partita?

In questo caso è necessario pensare principalmente al tempo dell’attesa: quei momenti rappresentano l’emozione vera e differenziano un grande giocatore da un giocatore che non riesce a diventare grande pur avendo le qualità. Sacchi ci poneva sempre la stessa domanda: «Meglio essere protagonisti in un piccolo teatro o essere una comparsa in uno grande?». Questo per noi era il vero dilemma: giocavi in periferia eri subito considerato una stella, ma se giocavi in una squadra importante allora il rispetto e la fiducia dovevi guadagnartele. Così cambia automaticamente la prospettiva.

Cosa cambia?

Cambia la gestione del tempo di una partita, ovvero del prima e del dopo. I 90 minuti alla fine sono sempre quelli, è la tua capacità di gestire le emozioni che provi nella parte antecedente e in quella del post partita a fare la differenza: la gestione della vittoria, ovvero di aver giocato bene, o della sconfitta, cioè di aver giocato male. Questo è ciò che rende un giocatore un vero protagonista in campo, è ciò che serve per essere definito grande o meno grande. Se vogliamo invece parlare dei canonici 90 minuti, posso raccontare la mia esperienza di gestione dei tempi di gioco della mia squadra: questa sì che è davvero una cosa difficile, tanto è vero che mi avevano soprannominato “il metronomo”: la velocità di esecuzione che devi avere per rallentare o aumentare l’azione al momento giusto è fondamentale e quella era la mia specialità.

Specie alla fine della partita?

Tutte le volte che Silvio Berlusconi veniva a trovarci diceva sempre: «Allora, se si sta vincendo bisogna gestire la palla negli ultimi minuti» e noi gli rispondevamo: «Certo, lo vorremmo anche noi ma Presidente ci sono anche gli avversari con cui fare i conti…». Questo per dire che gli ultimi minuti sono davvero delicati perché sei già stanco, spesso è più facile recuperare che difendere ma non puoi fare a meno di entrambe.

Demetrio Albertini - ph. Studio Fotografico Buzzi

Prima di un rigore cosa succede? Si rimane concentrati oppure in pochi secondi ti passa davanti tutta la tua vita?

Quest’ultima cosa non dovrebbe proprio succedere, perché la concentrazione deve rimanere sempre al massimo. Per fare un esempio basterà ricorda la finale dei Mondiali del 1994, quando abbiamo perso 3 a 2. In quella partita ho avuto il coraggio e l’incoscienza di battere i rigori.

Cos’è il rigore?

Teoricamente è il gesto tecnico più facile che possiamo immaginare, perché ti trovi a 11 metri dalla porta che è lì, di fronte a te, ferma, come lo è il portiere, non ci sono gli avversari, la palla è ferma e devi decidere tu dove tirarla. Emotivamente invece è la situazione più complicata da gestire: per questo motivo il tempo acquisisce una connotazione differente dalla normalità. Se poi leghiamo il concetto del tempo allo spazio, le emozioni che provi in quei momenti e nel percorso dei 30 metri dal cerchio del centrocampo ad andare a battere il rigore, beh, è davvero indescrivibile. Lì sei completamente da solo. Se iniziassi a pensare alla tua vita stai pur sicuro che sbaglieresti qualsiasi tiro. Al contrario il segreto è riuscire a tenere fuori tutto, anche se tutto ciò accade in un tempo che pare infinito.

Poi si tira ed è finito tutto?

No, c’è anche il tempo nel quale torni indietro dopo aver calciato il rigore: che tu lo abbia sbagliato o meno poco importa, in ogni caso quello che è successo ti ha cambiato la vita e dovrai dopo qualche secondo confrontarti con i tuoi compagni. Sono emozioni che ognuno dovrebbe provare.

Le emozioni ti cambiano?

Sì, ti danno la possibilità di imparare velocemente: a 19 anni assumersi delle responsabilità verso i tuoi compagni, di lavoro e di gestione è importante. La professione del calciatore di un certo livello mediamente dura una decina di anni: dai 20 ai 30. In questo lasso di tempo conquisti popolarità, profitto e status. Il nodo principale è che li raggiungi in una età dove non sei ancora completamente formato e maturo. Perciò sei obbligato a crescere altrimenti il rischio di sbagliare è ancora più grande.

Come si fa a crescere così in fretta?

Nello sport il talento è una fortuna come lo è l’allenamento perché se hai dei buoni maestri ti potranno sicuramente allenare meglio, ma l’unica cosa che non si può né comprare né rubare è l’esperienza, nel calcio come in qualsiasi altra attività. L’esperienza si costruisce sia sbagliando sia godendo delle conquiste e delle gioie della vita. Credo che a livello temporale quella del calciatore è una delle pochissime professioni che sogni da bambino.

Secondo te è cambiato il mondo del calcio?

Sì, è cambiato perché è cambiata la società, è cambiato il tifo, sono cambiate davvero molte dinamiche. Un esempio sono i provini: noi li facevamo quando eravamo piccoli, quasi sempre grazie alle conoscenze delle conoscenze. Nel mio caso capitò grazie ad un amico del massaggiatore del Seregno. Oggi ci sono solo osservatori e procuratori anche per giocatori di appena 8/10 anni.

Cosa ne pensa delle scuole calcio?

Un’altra cosa che non esisteva quando giocavo erano le Scuole di Calcio: perché un bambino deve sentir parlare di scuola anche quando dovrebbe pensare solo a giocare, a divertirsi e trasformare il calcio in una passione? Un’altra cosa ancora sono campi in erba artificiale che hanno sostituito quelli tradizionali: in realtà sono molto funzionali ma lo sono per noi, per il dopo lavoro. Sono spariti del tutto quelli in sabbia, mentre quelli in terra, invece, resistono soprattutto all’estero. Questi ultimi sono tecnicamente più “utili” per due motivi: visto che sopra di essi la palla rimbalza male i bambini sono portati a sforzarsi di più migliorando la propria tecnica e, ancora più importante, quando fai una scivolata e ti graffi tutto il fianco, l’indomani, se torni al campo è perché hai realmente voglia di tornarci. Se non torni al campo pensi più alla ferita che al godimento nel giocare. Le nuove generazioni, ora parlo da genitore, avrebbero bisogno di passioni vere: le hanno ma solo come input esterni, non sono capaci di crearsele

Questo significa che quando hai una passione forte e la segui si possono ottenere grandi risultati?

Parlo sempre di passione, anche a mio figlio. Ad esempio lui ama la scherma, ma l’impegno temporale che gli dedica non è lontanamente equiparabile a quello che facevamo noi da ragazzi. Per le nuove generazioni sono passioni di comodo, perché in realtà i ragazzi fanno fatica a superare le difficoltà, e quando ne arriva una. Piuttosto che affrontarla preferiscono cambiare “passione”.

I calciatori sono spesso grandi acquirenti di orologi: perché?

Tutto inizia con una sorta di circolo vizioso-virtuoso, per il quale ogni giocatore è solito guardare ciò che possiedono quelli più avanti di lui. Normalmente il primo orologio della carriera è il Rolex, tutti mirano a quello. Bisogna tenere a mente, che i soldi per chi gioca non sono un problema: sin da subito hai la possibilità di risparmiare, ma il più delle volte capita che una stagione vada bene e che l’anno dopo tu possa poterti permettere ciò che vuoi. Quindi vedi un orologio o qualsiasi altro oggetto e lo compri.

Basta solo quella?

No. La seconda motivazione è tecnica: l’orologio è uno di quegli oggetti personali che hai sempre addosso. Il calciatore, tranne quando è in partita, per il 90% del suo tempo è in tuta o in divisa. Tra gli sponsor e il resto sei sempre brandizzato. Si può facilmente comprendere come sia più facile comprare un orologio che un abito.

Il suo rapporto con gli orologi?

Non sono un collezionista, preferisco considerarmi un appassionato. Penso che sia un oggetto con cui ci si caratterizza, tanto è vero che ho diversi modelli che amo indossare, tra cui alcuni ricevuti in premio o in occasioni speciali. Tra i marchi posso citare Audemars Piguet, Franck Muller, Patek Philippe che realizzò l’orologio per il centenario del Milan e un bellissimo Rolex Datejust marchiato Milan sul quadrante, una vera chicca. Ripeto, l’orologio è uno dei nostri compagni più affezionati perché è l’unico oggetto di valore che possiamo portare con noi in ogni momento.

Il suo preferito?

Uno dei primi, un Rolex Explorer II.

Dopo la fine della carriera com’è cambiato il suo tempo?

Il mio cambiamento è avvenuto in tre fasi: la prima attività è stata quella del calciatore e la maggior parte del mio tempo era impegnata. Poi ho fatto il vice presidente della Federcalcio per 8 anni: mi sono trovato allora a poter gestire a piacimento la metà del mio tempo, che era già infinitamente di più rispetto al 10% di prima. Oggi, invece, gestisco il mio tempo al 100% grazie alla mia società di comunicazione, eventi e formazione, per la quale ho grandi responsabilità come imprenditore.

Cosa le ha insegnato il calcio?

La cosa più bella, la cosa più vera: mettersi sempre in gioco. C’è sempre un secondo tempo. Abbiamo sempre una seconda chance. Tutti i giorni, con i miei collaboratori, ci ricordiamo che il tempo è il bene più prezioso della società moderna: non sono i soldi, non è la macchina, non è un oggetto prezioso. Il tempo è anche l’unica cosa non classista perché il tempo è uguale per tutti e non guarda in faccia nessuno.

Non le manca mai lo stadio, la gente, la partita…

Non mi manca perché quel tempo l’ho vissuto. La cosa vera è che le emozioni che ho provato da calciatore sono irripetibili. Questo tante volte è una fortuna perché mi dà la serenità di gestire ciò che vivo adesso.  Con la mia nuova attività mi capita spesso di trovarmi al limite dalla mia confort-zone. Una cosa che invece, secondo me, manca alle generazioni di oggi è la paura: non hanno più paura dei genitori, del maestro, dell’allenatore. Senza la paura, una delle emozioni più autentiche, gli mancherà l’eccitazione che regala il coraggio. Se non hai il limite non puoi provare coraggio, tutto allora diventa presunzione. Personalmente ho sempre fatto del coraggio un’arma per affrontare la vita, come le emozioni.

Quindi nessuna nostalgia?

C’è un tempo per tutto: sbaglierei se volessi tornare in campo per rivivere quelle emozioni, ma non dimentico nulla, anche se a volte è più facile ricordare le delusioni che le gioie.

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